Ti piace Isadora? Allora dillo!

mercoledì 30 maggio 2012

Se la risposta fosse 42, quale sarebbe la domanda sulla vita, l'universo, e tutto quanto? - Eros by numbers*


(Cowgirl - Helmut Newton)

Stava iniziando a sudare. E le veniva anche parecchio da ridere. Lanciò un'occhiata alla sua immagine riflessa nello specchio del bagno, l'unico in tutta casa, e le tornò in mente quel post sulla banalità degli autoscatti in bagno. Ormai un certo livello di social network li bollava come patetici.
'Seh, fanno presto, quelli. Scommetto che nessuno di loro deve misurarsi con storie di sesso virtuali.', sbuffò, osservando schifata l'ennesima foto fatta col cellulare: avrebbe voluto essere sexy e invece era un pianto. La 'cosa' sul display somigliava a un prosciutto cotto bollito. Capovolto. E monocolo.
'Ma ti pare che alle dieci di mattina io debba stare in bagno, in piedi su una sedia perchè lo specchio è troppo alto, nuda come un verme, a cercare di fotografare in maniera convincente le mie grazie, per rispettare la sottintesa norma di reciprocità di una relazione inesistente, anche se più che vagamente pornografica?' Non sapeva se abbandonarsi allo sconforto o all'incipiente ridarola.
Abbandonarsi, già. Ultimamente era così sola, che a volte le veniva da scendere per strada e chiedere al primo che passava di abbracciarla. Solo che c'era di mezzo il fatto che si sentiva rigida come un baccalà congelato. Quando pensava a se stessa, si vedeva in piedi, con le braccia serrate lungo i fianchi e i piedi uniti. E il vuoto intorno per buoni tre metri. Una specie di stele funeraria nuragica. Una statua egizia monoblocco senza accessori. Bastet, pronta all'inumazione, per dire.
'Per gli uomini è più facile, hanno la dotazione esterna e si concentrano solo su quella. Sai che ci vuole a fotografarla. E' un attimo.'
Ripensava a quanto le ci era voluto per capire come far funzionare tecnicamente la faccenda. All'inizio, per tentare di escludere il patetico 'ambiente bagno', aveva ottenuto pose mosse di carne irriconoscibile riflessa in due specchi, quello grande e uno tondo di venti centimetri di diametro. Poi, prima di rendersi conto che stava tenendo il cellulare sottosopra, erano stati necessari numerosi scatti dalla riuscita inspiegabile: puntava lì e usciva un polpaccio, o peggio, un tallone. Aveva tentato anche con il seno, seminascosto dall'accappatoio, prima, ma nell'unica posa decente era apparso sullo sfondo il coperchio del water, rimasto aperto. Nella versione accappatoio-free le era venuto freddo, e si vedeva: passi il capezzolo inturgidito, che anzi, ma la distesa di pelle d'oca a grattugia...
'Prendila a ridere, è meglio.', si era suggerita. 'Lo sapevi in partenza che tra te e Helmut Newton non c'era alcun punto di contatto.'
Con i mini-video non era andata meglio. Erano stati il suo primo tentativo, tanto per stare al passo con ciò che le inviava il suo... hm, come definirlo? 'Evitiamo, va. Non c'è niente di peggio che cercare di definirlo. E a dirla tutta toglierei anche il possessivo, che 'mio' non è per niente.' In ogni caso, il primo ostacolo coi mini-video era il fatto di possedere un cellulare senza nemmeno uno straccio di spigolo. Potevi appoggiarlo non importa dove e quello dopo qualche secondo scivolava inesorabilmente di piatto, a inquadrare il soffitto. 'Ma come diamine fa quello?! Come lo tiene fermo 'sto coso? Che cos'ha, un blocco di Das in bagno?' Le era venuto in mente di andare a comprare della gomma pane, poi aveva notato che la presa del caricabatterie era sul lato inferiore, quello destinato a conficcarsi nel morbido. Per questo era passata alle foto.
Scesa dalla sedia, si era seduta sul bordo della vasca, tanto per recuperare un po' il contatto con le cose che uno normalmente fa in bagno. Guardava sconsolata le foto nella gallery del cellulare.
42 scatti. Dattatreya Ramachandra Kaprekar aveva incluso il 42 tra i numeri di Harshad, termine che deriva dal sanscrito ‘harṣa’, cioè ‘grande gioia’, ma qui c’era ben poco da gioire. 42 non era affatto la risposta alla domanda sulla vita, l’universo, e tutto quanto. Non c'era verso, dopo 42 tentativi falliti, avrebbe dovuto confessare all'affascinante dispensatore di emozioni erotiche via etere che non era ritegno, bensì totale incapacità tecnologica, quella che le impediva di addentrarsi nell'universo del desiderio fine a se stesso. Per mandargli immagini osée avrebbe dovuto reclutare un fotografo. 'Idea tutt'altro che peregrina, questa. In effetti la migliore da stamattina. Chi conosco che fa il fotografo?'

*Scritto Per il Gruppo FUL - 29 maggio 2012

lunedì 28 maggio 2012

La cura - Antimicotici*



Uno ti scrive 'non lascerò mai la fede', e tu immagini di avere a che fare con un cristiano convinto. Magari cambi anche registro nella conversazione, la smetti di digitare parolacce. Anche se, insomma, buffo cristiano, uno che un attimo prima ti ha lasciato intendere che se ti avesse avuta lì sottomano, e non in chat, ti avrebbe fatto toccare il cielo erotico - non con un dito, ma con tutt'e due le mani aperte a puntellarti. 
E dato che il cielo erotico al momento è una prospettiva che ti sorride, molli la chat, infili la porta, percorri con quattro falcate il corridoio, entri nel suo ufficio e senza dire una parola, né chiudere la porta a chiave, lo trascini nel suo bagno privato. Il tuo lavoro nuovo di zecca, dopo sole due settimane, prende piacevolissime e del tutto inattese sfumature, tutte riscontrabili nello specchio che prende mezza parete. Il bagno è cieco, e per fortuna anche muto, che certe pratiche hanno poco a vedere con la religione.
Ci metti poco più di una settimana a scoprire che 'la fede' è sua moglie, Federica, la signora pargolo-munita nella foto parcheggiata sulla scrivania del tuo nuovo angelo del sesso tra colleghi. Vabbè, chissene, non cercavi l'amore della tua vita: quello ti ha già visitata anni prima, lasciando dietro di sé macerie fumanti e delusioni incombuste.
Solo che dopo un'altra settimana o giù di lì, ti rendi conto di non essere l'unica frequentatrice del suo bagno privato. Essere capo delle Risorse Umane ti dà gli strumenti per ottenere fiducia e informazioni dalle persone, e in capo a poco, discrete indagini portano il conto delle frequentatrici a quattro, te compresa: non è un bagno, è un piccolo harem. E, a parte te, nessuna delle odalische ha capito di non avere l'esclusiva. Una è sposata, le altre due fidanzate. Il piano prende forma nella tua mente in pochi minuti.

"Lo so, Giorgio, è una seccatura. Dobbiamo curarci entrambi, è la prassi, con la candida. E devi dirlo a tua moglie, o ci ri-infettiamo daccapo. La ginecologa ha detto che bisogna far curare anche il proprio partner sessuale, o è tutto inutile. Dille che te l'hanno scoperta con il check-up aziendale."
Il falso certificato che le aveva compilato sua sorella, vera ginecologa, stava poggiato sulla scrivania, poco lontano dall'effige fotografica della magnifica cornuta.
Trovare i numeri dei compagni delle altre tre era stato facilissimo, erano nel loro fascicolo personale alla voce ICE, persona da avvertire in caso di emergenza.
Nessuno dei tre aveva rifiutato di incontrarla, e nessuno se n'era andato realizzando di non essere a un tête-à-tête. Un paio all'inizio non volevano credere di essere così ampiamente cornificati. E lei aveva offerto la prova regina: di lì a poco le rispettive dolci metà avrebbero detto loro che avevano contratto un'infezione da candida e che dovevano curarsi entrambi.
Non le rimordeva particolarmente la coscienza all'idea di far prendere a tutta quella gente dosi massicce di inutili antimicotici, né per aver rivelato nome, cognome, indirizzo e numero di targa dell'untore ai tre incazzatissimi signori.

"Sai, Giorgio, la ginecologa ha detto che si era sbagliata, che era un falso positivo, non avevo la candida. Voglio dire, è una fortuna, no? Con tutte le medicine che ti danno qui all'ospedale, per lo meno non devi prendere anche l'antimicotico. Quando ti tolgono il dispositivo funzionale alla mandibola, me lo racconti per bene che volevano da te quei tre che ti hanno aggredito? Di certo non la SLK, visto che te l'hanno sfasciata. Comunque, forse è meglio se me lo racconti quando torni in ufficio, meglio che non mi faccia vedere troppo qui in ospedale, potrei incontrare la Fede."

*Scritto per il Gruppo FUL - 22 maggio 2012

domenica 27 maggio 2012

Crostata di mele e limoni, ovvero un pomeriggio molto piacevole.



Io veramente volevo andare a trovare i miei gatti, rimasti nell'ex-domicilio coniugale insieme all'ex-coniuge, e con l'occasione riprendere possesso del mio fido mattarello e di un paio di altri utensili da cucina. Volevo andarci ieri sera. Visto che il venerdì è la serata storicamente dedicata alla cena del clan, pensavo di avere buone probabilità di poter passare qualche ora a strafugnare i mici. Mi è stato però comunicato che, sì, il clan si riuniva al desco della magione natìa, ma a casa, oltre ai mici e al mattarello, avrei trovato Iwona, ragazza polacca senza fissa dimora, in cerca di sistemazione.
'Aspetta, ho letto male', ho pensato, e invece no, c'era proprio scritto così. Il mio generoso ex sta ospitando una ragazza polacca: la fa dormire tra le mie lenzuola, asciugare con i miei asciugamani, mangiare nei miei piatti cibi cucinati nelle mie pentole e presumibilmente preparati grazie agli utensili di cui mi sono privata per non abbandonare due terzi del mio ex-nucleo famigliare alla disperazione di non poter schiacciare uno spicchio d'aglio, tirare una frolla, ridurre a julienne una carota.
Di questi tempi tendo ad ottimizzare anche i rapporti interpersonali: se non hanno futuro o ragione di essere, lascio perdere. Quindi, ho declinato il gentile invito a fare la conoscenza di Iwona nel timore che sarebbe stato un rapporto di breve durata, bruscamente interrotto da un colpo di mattarello alla regione temporale della profuga polacca se l'avessi sorpresa a usare la mia cucina. 
E' stato per questo che dovendo preparare una crostata di mele e limoni in onore della mia amica Dama dei Boccioli che veniva qui a cena, mi sono trovata a dover supplire con la fantasia alla mancanza di opportuni strumenti.

Ingredienti per la frolla:
150 gr di farina autolievitante
90 gr di burro danese, freddo a tocchetti
2 cucchiaini di zucchero di canna
1 pizzico di sale
poca acqua fredda
1 bottiglia di birra, vuota e lavata
pellicola tipo domopak

Intanto mi faccio un tè e apro un sacchetto di biscotti alla crusca.

Con la punta delle dita mischio la farina e il burro fino a ottenere delle bricioline...
Arriva un sms erotico. Non è il primo, oggi. Il mio corrispondente mi ha tirato parecchio su il morale in questi giorni, quindi lecco un numero di dita sufficiente a aprire il messaggio, leggerlo e rispondere a tono.
Già che ci sono prendo un paio di biscotti, li intingo nel tè e me li mangio.
Aggiungo zucchero e sale, e poca acqua fredda, impasto il tutto fino ad avere una palla abbastanza soda.
Altro sms erotico. Altra leccata di dita. Il messaggio propone una situazione assai interessante che implica l'utilizzo del burro residuo. Digito una risposta congrua, esponendo delle varianti possibili.
Un altro biscotto trova la via tra le mie labbra. Lo so, detto così non sembra un tè pomeridiano. Pazienza.
Cospargo di farina un ripiano adeguatamente ampio e stendo la pasta. Ci vorrebbe il mattarello, ma non c'è, quindi uso una bottiglia di birra (vuota, priva di etichette e lavata, come già detto).
La pasta si attacca alla superficie di vetro anche se è cosparsa di farina, e partono i primi improperi. Come faccio a tenere separata la frolla dal vetro, se sto usando una bottiglia di vetro?
Col domopak! Non sarà un rimedio che vi salverà la vita se naufragate su un'isola deserta, ma in una cucina sfornita funziona.
Al successivo sms decisamente esplicito, rispondo mentre sbocconcello il quarto biscotto e accendo il forno a 180°. Diciamo che il forno non è l'unica cosa che si sta scaldando.
Tiro la pasta, e mi rendo conto che non c'è la carta forno. Due rotoli di pellicola, due di alluminio, zero di carta forno. Bene, alluminio sia. E la prossima volta tirerò la frolla direttamente sull'alluminio, così la potrò mettere nello stampo senza fare acrobazie per non romperla.

Ingredienti per il ripieno:
1/2 barattolo di marmellata di limoni
2 mele renette affettate con la loro buccia
1/2 lime
1 cucchiaio di zucchero di canna

Gli sms si susseguono rapidamente, mentre spalmo sul fondo della crostata mezzo barattolo di marmellata di limoni (home made by yours truly), tolgo il torsolo alle mele, le affetto, le cospargo col succo di lime per non farle annerire e per dare quel tocco aromatico un po' resinoso, e le dispongo sopra lo strato di marmellata. Spargo il cucchiaio di zucchero sulle mele. Rispondo positivamente a un suggerimento sull'opportunità di una certa piacevole pratica, che incidentalmente prevede precisamente ciò che sto per fare: piegarmi e infornare la crostata. Timer a 40 minuti. Per la torta. 
Il tè è finito, vado a vedere che cosa mi ha lasciato nella posta il mio corrispondente: sono proprio curiosa. E sorridente.
Cosa non da poco in una giornata che era iniziata proprio male.
Stamattina una mendicante a cui avevo dato una moneta, ha benedetto copiosamente me, i miei bambini e la mia famiglia, facendomi di colpo realizzare che non solo io una famiglia non ce l'ho più, ma probabilmente non l'ho mai avuta. Non quella che credevo io, almeno. 
Mi pungevano gli occhi, ma non ho pianto. Ho chiesto alla mendicante di benedire anche Iwona, perché trovi presto una sistemazione e io possa andare a coccolare i miei gatti senza rischiare di prenderla a mattarellate.

venerdì 18 maggio 2012

Un incontro - Gina incontra Dieu*



L'appuntamento è al ponte nuovo, lato autobus. Che faccio, mi siedo sul parapetto? La posa è sufficientemente casuale/noncurante. Solo che poi devo saltar giù quando lo vedo arrivare. La manovra può non riuscire con eleganza, meglio restare in piedi appoggiata al parapetto. Guardo lontano e mi lascio sorprendere? Niente imbecillate pseudo-romantiche, fa' il favore. Il punto è che lo so che mi piacerà, anche se ho fatto apposta a vestirmi come per andare a fare la spesa al super. Niente seduzione intenzionale, grazie. La situazione qui può al massimo portare a un ribaltamento concomitante e sincrono senza conseguenze emotive. Nient'altro. E comunque non succederà neanche quello. E' un esperimento. Solo per vedere che ne pensa Gina.
Lo vedo. Arriva verso di me, un po' sghembo e coi capelli scarmigliati. Il tappeto di luce su cui cammina è opera mia, lui non ne sa niente. E' un dio inconsapevole. Mi vede. Non abbiamo esitazioni: sorrido, sorride, apro le braccia, apre le braccia, alzo il viso, abbassa il viso, e si graffia sul mio orecchino. Ma non dice niente. Mi piace lo stoicismo in un uomo.
Profumo a parte, ha un buon odore, anche se l'ho sentito solo per un attimo. Sa di solido e di caldo asciutto. Di sicuro. Però solo se tengo gli occhi chiusi, perchè se lo guardo, di sicuro non c'è più niente. Iniziamo a parlare e io incrocio le braccia, mi chiudo per quel che posso e obbligo le mani a restare nel mio spazio. Non nel suo.
Dice delle cose, e io so esattamente quali sono vere e quali no. Ma gli lascio credere di star prendendo tutto per buono. Dico delle cose, tutte vere, ma nessuna lo riguarda o dovrei mentire. Non posso certo dirgli, 'Baciami il collo', e nemmeno, 'Vieni, troviamo un posto qualunque ed esploriamoci con la lingua'. Ho imparato a tenere a freno certe follie.
Provo le varie distanze e alla fine ne scelgo una a metà strada tra 'sto per baciarti l'angolo della bocca' e 'sporgiti per toccarmi'. Lo spazio tra noi mi tiene in sfrigolante allerta, ma abbastanza lontano da non cadergli addosso accidentalmente. Il resto del mondo è presente, ma come ovattato, scolorito, insapore. Il mio punto focale è la sua luminescenza divina. Lui continua a non saperne niente, ma potrebbe iniziare a sospettarne l'esistenza da un momento all'altro: se solo si prendesse la briga di penetrare un po' il mio sguardo, vedrebbe il bagliore riflesso.
'Penetrare' è un verbo da censurare.
Camminiamo fianco a fianco e il lato esposto al suo calore è penosamente consapevole della sua vicinanza. Ogni tanto mi prende il braccio. Credo di avere i segni rossi delle sue dita sopra il gomito, nonostante il tocco sia leggero e gli strati di vestiario numerosi. Incredibilmente continuo a dire cose assolutamente sensate, a volte persino divertenti e argute.
A un certo punto, seduti di fronte in pizzeria, ci prendiamo le mani e io commento i suoi calli. So perchè li ha, so qual è il lavoro che glieli ha provocati. So che vorrei sentirli contro la mia pelle più sensibile, ma non glielo dico. Certo che no. Così come non gli dico che vorrei essere tra l'utensile responsabile dei calli e il muro oggetto delle sue attenzioni lavorative. Vorrei che mi spingesse contro a quel muro e che importa se mi sbuccio la schiena. Tu continua a trafiggermi con lo sguardo chiaro, e vedrai che io non sento niente, alla schiena.
Prima di poter ricondurre Gina alla ragione, mi ritrovo di nuovo con il naso nel collo del dio. Aspiro come una che è stata lì lì per annegare. E Gina annega sul serio, definitivamente. Ma di nuovo mi ritraggo, ridendo addirittura. Sono ammirata da me stessa, tutti i miei atomi restano insieme, nessuna crepa, almeno apparente.
Gli dò pezzi della mia pizza come fossero pezzi di me. Non rimane niente nel suo piatto, (mi) mangia ogni cosa.
E per fortuna, per mia massima fortuna, prende un treno a un certo punto. Non ce n'è un altro dopo, deve prendere quello, per forza. Ci salutiamo con grandi sorrisi. Mi abbraccia. Riesco a non spingere il mio bacino contro il suo, trattenere Gina è uno sforzo titanico, che assorbe tutte le mie energie, per cui quando sento che il dio mi sta baciando il collo, non tento nemmeno di sottrarmi. Appena avverto che sta per staccarsi, volto un po' il viso e gli dò un bacio all'angolo della bocca.
Il treno parte. Io non so quasi più dove sono. Gina è inferocita con me, vuole ciò che le è stato promesso da tutto quel bagliore di luce. O di fiamme. Mi spiace Gina, ti placheranno i sogni, che arriveranno inesorabili stanotte.

* Scritto per il Gruppo FUL - 18 maggio 2012

mercoledì 9 maggio 2012

Primavera, di nuovo.*



Sarà perché ci sono nata, in primavera, che non credo alle sue promesse. Tutto quel fermento, quel darsi da fare per scrollarsi di dosso l'inverno, quel 'su, su, su, esci, fa qualcosa, trova un progetto, prendi un'inziativa, cerca un amante, che cavolo! è primavera! qui si lavora a ritmi infernali, non lo vedi che è tutto un tripudio di ormoni?' che strillano le ghiandole preposte, mi ha sempre infastidita. Soprattutto perché non mi è facile sottrarmi all'imperativo della chimica del mio corpo. Produzioni di ovuli da far impallidire uno struzzo, che dopo 20-25 giorni mandano in tilt ogni scala di PMS conosciuta, tra rabbie devastanti e sconfinati pozzi di misero**... Ogni anno è la stessa storia, siamo in tre a contenderci il timone: il mio fisico assatanato che si accoppierebbe con non importa cosa, la mia mente snob che gli boccia tutte le proposte, e la mia parte emotiva che si guarda intorno e trova ragioni di commozione ogni due per tre. Praticamente un caso clinico e un caso umano frullati insieme.
Tanto per non sbagliarsi e per riaffermare l'importanza del ruolo di questa stagione nella mia vita, se mi deve capitare qualcosa che avrà ripercussioni a lungo termine, è matematico che mi succeda in primavera. Così come l'inverno è la stagione in cui mi faccio capitare gli incidenti, di quelli veri, che mi mandano all'ospedale, la primavera è la stagione in cui prendo tutte le decisioni sbagliate.
Novella Persefone, emergo dall'infero inverno, mi affaccio al primo tiepido sole, e zac! imbrocco la cazzata della stagione. Posso perdere soldi, o occasioni irripetibili, o semplicemente la testa per un tizio improbabile, fa poca differenza.
Mi rendo conto che è definitivamente primavera quando mi ritrovo seduta su una panchina, con in mano il cono triplo cuore nero fondente con panna che la mente snob ha concesso al fisico assatanato come facente funzioni delle mancate endorfine copulatorie, e cerco di sbrigarmi a finirlo per poter dare la cialda a un piccione, che mi fissa implorante da alcuni minuti.
Il mio stato complessivo è intuibile dal fatto che notoriamente i volatili hanno sguardi straordinariamente inespressivi, ma io riesco comunque a cogliere un'implorazione dove chiunque altro leggerebbe al massimo un certo cupido interesse.
E' colpa della primavera e del fatto che tra non molto arriverà l'ennesimo compleanno, l'ennesimo clickwhirrping! di un altro anno che cambia collocazione dal futuro al passato. Un'altra rivoluzione intorno al sole scivola in là, come una sfera nel pallottoliere, e ancora non mi tornano i conti. Li ho sbagliati in maniera così clamorosa che dovrei essere messa in amministrazione controllata, giuro. Mi restano scorte di ironia e di sarcasmo, ma tutta la dotazione di entusiasmo e coraggio è andata a farsi benedire giù per qualche crepa, buco o falla, va tu a sapere come. Effetti del disgelo, probabilmente. Dunque, no, non amo la primavera, e mi è sempre scocciato perché bastavano altre due settimane e sarei nata in estate, che è una stagione più decisa, che ti fa sudare senza mezzi termini, ma poi almeno ti manda al mare, non in paranoia.

* scritto per il Gruppo FUL, 6 maggio 2012

** tristezza cosmica senza apparente ragione

Il sogno che interrompi non sarà più uguale - Il castello*





Domani c'è compito in classe, è tarderrimo e io non posso riaddormentarmi. Non che non voglia, è che proprio non posso. Se mi riaddormento sarà solo per svegliarmi di nuovo fra, metti, venti minuti più o meno. Di nuovo col cuore in gola, di nuovo sudata fradicia, di nuovo col capogiro a mille. Se becco quello che ha detto che i sogni interrotti non si possono riprendere, lo faccio nero. Venisse un po' qui a spiegarmi lo stramaledetto castello, se è così sicuro di quel che dice. Sono mesi che giro per quello stupido castello. Potrei fare la guida ai turisti in quel cazzo di castello. Io, che mi perdo anche in cucina se c'è la luce spenta, so a memoria ogni corridoio, ogni sala, saletta, androne, giardino, soffitta, armeria, poggiolo, merlo e cantina. Ogni due o tre giorni, o anche più spesso ultimamente, appena mi addormento mi ritrovo a camminare nel castello. Che poi, camminare un accidente, la maggior parte del tempo la passo a trottare di buon passo, quando non direttamente a correre. Perché c'è quel qualcosa che mi segue. O qualcuno. Ma più qualcosa, direi, da come respira. E non è amichevole, anzi, ce l'ha proprio con me. Perché non dovrei essere lì e lo so benissimo, il castello è suo e non mi ha invitata. Solo che non lo faccio apposta ad essere lì. Sono lì perchè sto cercando una cosa, ma nessuno mi ha detto che cosa, esattamente, quindi non posso far altro che girare dappertutto sperando di vederla, la cosa, e riconoscerla. Cosa poi dovrei farci una volta che l'ho trovata è tutta un'altra storia che non si sono degnati di raccontarmi. Il fatto è che devo trovarla, punto. E così visito una stanza dopo l'altra, sempre con il qualcosa alle costole che vorrebbe tanto farmi fuori, immagino. Le informazioni, mai dette, mai sentite, ma molto molto sonore, mi riverberano direttamente nella testa: pericolo! attenta! scappa! è lì dietro! non di là! è vicino!!
Quando risuona il 'è vicino!!' di solito mi sveglio, e non posso riaddormentarmi, come adesso, perché se è la notte del castello, tutta la notte è del castello. Lo dico perché ci ho provato a rimettermi giù e dormire: appena dormo mi ritrovo nel punto esatto da cui mi sono svegliata, e ricomincia la giostra. Stanotte è una notte del castello e domani lo sa la madonna come faccio col compito in classe. Solo che ho un sonno da morire. Ancora uno sbadiglio così e mi devono portare dal carrozziere per farmi richiudere le fauci. Fauci, sì. Pare si possa dire anche se non sei una belva. Secchezza delle fauci. C'era scritto così sul foglietto, tra le controindicazioni. Antidepressivi. Perché di botto mi si stringeva il campo visivo a partire dai margini esterni verso il centro, finchè c'era solo un puntolino luminoso. Mia madre mi ha chiesto se mi drogavo, per caso. Come se con la paghetta che mi dà potessi riuscire a finanziarmi anche la droga.
No, mamma, fumo e basta. Sigarette. Come te e papà, che praticamente ormai comunicate a segnali di fumo, se non ci sono io in casa a farvi da portavoce...

E cazzo! Mi devo essere riaddormentata perchè, cazzocazzocazzo, sono di nuovo nel castello. Bel casino. Io non so svegliarmi a comando. E poi che posto è qui? Non c'ero ancora stata qui. Tutta una galleria sospesa a mezz'altezza intorno a un grande salone. Vetrate. Statue, un'iradiddio di statue. E il qualcosa è poco lontano, come al solito. Per cui corro e infilo una porta e una rampa di scale a scendere e un'altra porta e... una cappella? Anche la cappella mi mancava. Ma dove sono finita? E' più alta che larga, talmente alta che a stento si riesce a vedere il soffitto, piena zeppa di candele che bruciano su altre candele sciolte. Su cascate di candele sciolte, per la precisione.
presto! fai presto! attenta!
E figurati se non ripartiva il riverbero cerebrale...
sdraiati! subito! presto!
Eh?
per terra! in mezzo alla navata! presto! sdraiati! sulla schiena! apri le braccia! fai la croce!
Eeeh?! Ma siete scemi?
per terra! adesso! fai la croce! se riesce a staccarti da terra sei perduta! morirai! presto!
Oh porca...
Mi butto per terra e cerco di aderire con tutte le ventose che non ho al pavimento di pietra. Chiudo le gambe, apro le braccia, faccio la croce e mi schiaccio per terra. Ovviamente guardo per aria, non che abbia altra scelta, e ovviamente la vedo. E' la cosa che cerco. L'ho trovata, è lì che penzola da una catena che scende dal soffitto. Solo che non posso prenderla, perché se mi stacco dal pavimento muoio. Non ho neanche finito di pensarlo che sento una forza che mi tira su. Non per le braccia o per le gambe, tutta insieme, come se fossi fatta di ferro e sopra di me ci fosse un'enorme calamita. Il bacino inizia a sollevarsi, di poco ma si solleva. E io capisco che ci siamo, che stavolta mi gioco il tutto per tutto, se mi solleva muoio. Ma forse non muoio subito e se mi solleva abbastanza posso afferrare la cosa, che tanto da sola non ci sarei mai arrivata a prenderla, e allora ho vinto io. Mi sta sollevando, praticamente ho la schiena inarcata, e quello continua a tirare. Allora la soluzione è una sola: devo mollare io e sperare che non se l'aspetti. Tre.. due.. uno.. pof!

*scritto per il Gruppo FUL, 30 aprile 2012

venerdì 4 maggio 2012

Manuale per Cauti Traditori






"Tu non hai idea di quel che hai fatto. Dopo tre anni e mezzo ancora non riesco a non farmi prendere dai dubbi ogni volta che c'è il minimo screzio. Ogni volta ti vedo come un potenziale fedifrago, e le mie energie vanno sprecate in ore di immaginazione e dolore. Mi hai tradita una volta per tutta la vita. Non potrò mai più fidarmi di te. Sarebbe stato meglio non sapere mai." (anonima tradita)

Tradire è una faccenda banale, molto più comune di quanto non si voglia ammettere. Si tradisce per molte ragioni, anch'esse banali, ma soprattutto perché la monogamia non è una condizione normale per la nostra specie.
Non sempre il tradimento porta a una sostituzione del partner di vita, anzi. Molto spesso, campionato ciò che il 'mercato' propone al di fuori della coppia, si torna sollevati entro le more del quotidiano.
Ma se per chi lo pratica, il tradimento è un'esperienza rinfrancante per lo spirito ancor prima che per il corpo, per chi lo subisce è esattamente il contrario: una disconferma totale e univoca del proprio valore come partner. Va detto che un tradimento non si subisce finché non se ne viene a conoscenza. "Ignorance is bliss" dicono oltremanica, e l'assunto mi trova assolutamente d'accordo. Quello che non sai non ti può ferire. Sempre che non si tratti dell'arrivo di un Freccia Rossa mentre stai facendo un picnic sui binari... ma non voglio divagare.
Questo breve manuale è ad uso di chi tradisce poco e non è quindi molto pratico nella gestione della momentanea scuffia, e non dei grandi traditori seriali. Loro sono perfettamente attrezzati, a partire dal tipo di partner che scelgono: persone con la terza palpebra in prosciutto tagliato a mano.
Quindi, parlo a voi, che non siete pronti a cambiare indirizzo e stato sentimental-anagrafico, ma non volete rinunciare alla botta di ormoni che stura le arterie, lustra gli occhi e mette elasticità nella camminata, e vi dico: dovete predisporvi a tenere rigorosamente segrete le vostre digressioni.

Per 'digressione', altresì detta 'a latere' si intendono quelle storie di breve durata, nate per combinazione o attivamente cercate, che implicano anche un minimo coinvolgimento emotivo. Non comprendono le classiche storie di una notte (più o meno alcolica), che infatti si chiamano 'una botta e via' e non serve spiegare perché.

Regola # 1: Mentire decentemente e non confessare.
Non parlo dell'abilità di mentire e di inventare scuse plausibili per assenze di poche ore o interi weekend: se non avete la capacità di essere credibili raccontando qualcosa che non è successo, è molto meglio lasciar perdere le velleità clandestine. Parlo dello 'scarico di coscienza post-sbornia ormonale', cosa da evitare accuratamente: se siete riusciti a contrabbandare il vostro tradimento per eccesso di lavoro, ma adesso che la storia è finita vi rimorde la coscienza, abbandonate l'idea che la vostra sincerità possa essere apprezzata. Non siete in chiesa e il vostro partner non è il confessore, la faccenda non si risolverà con quattro pater-ave-gloria. Il rimorso, è il prezzo che si paga per il divertimento: sopra c'è scritto 'non trasferibile'.

Regola #2: Mai troppo puliti ed eleganti.
Accertatevi che l'ormone rampante non vada a discapito dell'intelligenza necessaria a non passare di botto da due a quattordici docce la settimana, da zero a innumerevoli cambi d'abito e di biancheria, da modiche quantità di dopobarba/deodorante a dosi di profumo tali da far credere a chi vi incrocia che siate appena usciti da una vasca di olii da imbalsamazione.
Un repentino cambiamento delle abitudini igieniche rappresenta nel maschio lo stesso inequivocabile segnale di 'tradimento in corso' che nelle femmine si manifesta con l'improvvisa comparsa di biancheria elegante/maliziosa. Se avete detto che andate a trovare la vecchia zia in quel di Seconda-stella-a-destra-e-poi-dritto-fino-al-mattino, perché partite con l'intimo di seta e pizzi?

Regola #3: Mangiate.
La perdita dell'appetito e la conseguente perdita di peso, sono segnali certi che state sostituendo il cibo più o meno consolatorio con consolazioni 'altre'. Ritrovare la linea senza apparente sforzo, oltre che attirare l'invidia del partner che combatte senza successo con maniglie, ciambelle e chiappotte, attira anche i suoi sospetti. E un partner sospettoso può rendervi la doppia-vita piuttosto complicata da gestire.

Regola #4: Controllare il gaudio.
Canticchiare, fischiettare ed esibire un sorriso smagliante anche se vi hanno levato quattro punti dalla patente, siamo in zona 740 e il pargolo vi ha appena smontato l'iPhone con la complicità del gatto di casa, dice al mondo che avete riserve di endorfine di contrabbando. Oppure che avete vinto al Superenalotto. In entrambi i casi, le conseguenze possono essere seccanti.

Regola #5: Rispettate il focolare.
Anche se è un classico delle barzellette in tutto il mondo, usare il talamo coniugale, o anche solo il divano di casa, sua o vostra, per giocare a 'puccia-il-calippo' con l'a latere di turno, è di pessimo gusto. Se vi siete ritrovati a farlo, interrogatevi sulla possibilità che il vostro rapporto di coppia sia defunto oltre ogni possibilità di rianimazione, defibrillatore compreso. Anche se il vostro partner non venisse mai a saperlo - e credetemi, è meglio che non lo venga a sapere - è un'azione che denota una titanica dose di disprezzo. Se lo avete fatto, non usatelo MAI come arma in un litigio: per quanto possiate odiare la vostra metà, la ferita che infliggerete è mortale, ma quasi sempre, prima di 'spirare', l'ex-amore della vostra vita si trasformerà nel vostro peggiore e determinato nemico.

Regola #5 bis: Lontano da casa.
Più vi allontanate dalle mura domestiche, meno possibilità avrete di essere scoperti. Può sempre capitare di incontrare il dentista di famiglia mentre vi state imbarcando su un volo per un posto completamente diverso da quello che avete dichiarato a casa, ma se date appuntamento all'a latere a dieci metri dal cancello di casa vostra, difficilmente potrete incolpare il partner di aver guardato dalla finestra nel momento sbagliato. Anche se le cronache riportano pure questa bizzarria come realmente accaduta.

Regola #6: Dosare le bugie.
Ci vuole una memoria di ferro e una prontezza di riflessi da grande felino per gestire più di due o tre bugie complete a qualche mese di distanza. Per 'bugia completa' s'intende che avete dichiarato di essere andati a Torino, città che non avete mai visto, a una conferenza sull'Intelligenza Artificiale, insieme a tre colleghi, quando invece siete stati alle terme di Viterbo con l'a latere, e vi siete impegnati in attività tutt'altro che artificiali in cui l'intelligenza vi è servita in maniera del tutto marginale. Qualche settimana dopo, le terme saranno ancora vividamente impresse nella vostra memoria, ma le cose che avete letto su Torino le avrete dimenticate alla grande. Potendo scegliere, mentite sul 'con chi', non sul 'dove'. Quanto alle attività svolte, cercate di fare comunque un giretto nel posto in cui siete, portate a casa depliant, biglietti di ristoranti, cose che normalmente prendereste durante un innocente trasferta tra colleghi. Organizzate le risposte ad eventuali domande, ma non lanciatevi in lunghe e complesse narrazioni: più dettagli aggiungerete alla vostra bugia, meno sarete in grado di ricordarveli, dopo.

Regola #7: Nervi saldi e testa sul collo.
Per quanto possibile, ricordate di non lasciare in giro conti di ristorante, ricevute di alberghi e scontrini vari che non possiate giustificare. Per 'in giro' intendo anche nelle tasche degli indumenti messi a lavare (chiunque si occupi con un minimo di competenza del bucato, di solito controlla che siano vuote),   dentro portafogli e borse (a tutti capita di aver bisogno di 5 euro e di cercarli dove sa di trovarli), nei libri che state leggendo e nella spazzatura di casa. Non è una buona idea, ad esempio, lasciare in bella vista uno scontrino di Feltrinelli che stabilisce senza possibilità di equivoco che avete acquistato una copia di Le Più Belle Poesie d'Amore, libro che già possedete perché ve l'ha regalato il partner, e interpellati in proposito, dire che l'avete regalato al capoufficio.

Regola #8: Tecnologia nemica.
Oltre a risparmiare carta e quindi alberi, avere l'online banking è un'idea che vi faciliterà la doppia-vita, gli estratti conto cartacei sono infatti fonte di potenziali problemi. Se fate ricariche telefoniche al cellulare dell'a latere, abbiate l'accortezza di comprare delle schede pagandole in contanti, perché notare sull'estratto conto che un numero di cellulare alieno assorbe svariate centinaia di euro al mese di ricariche e cercarlo nella rubrica del vostro cellulare, o peggio, chiamarlo, è tutt'uno.
Non cancellare gli sms dell'a latere è una vera idiozia, permettetemi di dirlo. Se proprio volete rileggere gli infuocati e smielati messaggi che fioccano come i petali di ciliegio in una ventosa giornata di Hanami, scaricateli in un file protetto del vostro computer, che avrà a sua volta irrevocabilmente una password di accesso, ovviamente. Aprite anche un nuovo account di posta per le email dell'a latere, grazie.
Facebook meriterebbe un manuale a parte, ma mi limiterò a dare un solo consiglio: non paciugate sul vostro profilo ufficiale, quello con le foto di famiglia e aperto a tutti gli amici di coppia; aprite un profilo sotto pseudonimo e usate quello per chattare con l'a latere. E niente foto di voi due insieme. Non solo sul profilo, in assoluto. Le foto 'compromettenti' sono la principale fonte di 'denouement' di una storia clandestina e possono essere usate per ricattare, non dimenticatelo.

Regola #9: Data di scadenza.
Di solito gli a latere che siano veramente tali hanno una durata media che varia da poche settimane a qualche mese. Tanto basta infatti a qualsiasi storiella piccante per trasformarsi in qualcosa a metà tra una specie di complicato fidanzamento e un doppio lavoro. Tempo pochi mesi, affascinanti peculiarità caratteriali diventano fastidiosi difetti. Mi spiego meglio, se all'inizio adoravate che vi rubasse il cibo dal piatto con le dita, passati sessanta-novanta giorni (a volte anche meno) la stessa azione vi farà probabilmente venir voglia di ristabilire i confini del vostro piatto a colpi di forchetta. E' normale, ed è segno che è tempo di migrare.

Regola #10: Introspezione.
A costo di risultare noiosa, ripeto che in nessun caso rivelare o far scoprire un tradimento aiuta il rapporto di coppia. Essere consapevoli che il partner per cui avreste emulato Muzio Scevola vi ha traditi, innesca istantaneamente ed irrevocabilmente l'effetto Shangai -che illustrerò tra poco- e quindi se davvero tenete alla vostra vita a due, i vostri tradimenti devono restare vostri e ve li dovete gestire da soli, come le caccole del naso e le emorroidi. Un tradimento vi rende responsabili della sofferenza altrui, dunque siate cauti.

Appendice - L'Effetto Shangai

"... Guarda, mi spiegava lei, quello che veramente non si può mandar giù è l'effetto Shanghai, lo chiamo così perché, anni fa in un ristorante di Shanghai, ho divorato, letteralmente divorato, delle squisite crocchette di pollo, che poi, surprise!, non erano per niente di pollo, erano di cane. Be', a parte la nausea immediata, una cosa così ti distrugge anche all'indietro, ma allora cosa ho mangiato ieri, l'altro ieri, eccetera? Sempre cane? E mi piaceva pure! E quindi puoi salutare tutti i bei momenti tipo quella famosa sera, che ne so, a Pantelleria, o quella famosa mattina nelle gole del Verdon, era tutto falso, un altro film, altri attori, altra storia, capisci? Ti sei fatta fregare, questa è la verita', e non è possibile ricominciare come se niente fosse, l'ombra di Shanghai non ti lascia più, anche se lui un giorno dovesse tornare da te vuotandosi il posacenere sulla testa. Shanghai non perdona, dammi retta, faresti solo uno sforzo inutile, un sacrificio senza senso."    
(Carlo Fruttero, Donne informate sui fatti)